Martina Caironi: "Che aspettate a correre, siete ancora qui?"

L'atleta paraolimpica, oro ai Mondiali paraolimpici di Doha, si racconta in un'intervista, prima del suo intervento al “HITalk - WoW! Woman is noW”

Durante il suo intervento al TEDxBergamo, Martina Caironi concludeva il suo intervento con una domanda al pubblico: “Vi chiedo, guardatevi in basso, avete le gambe, sono lì, è tutto a posto, accavallate, coi tacchi… poi la testa c'è… e quindi mi sorge spontaneo chiedervi ma cosa aspettate per andare a correre, siete ancora qui?”.

Oggi l'atleta paraolimpica, oro ai Mondiali di Doha nel 2015, è ferma a causa di un'infiammazione alla gamba dove porta la protesi che sostituisce la parte amputatale dopo un incidente del 2007. Ma è ferma solo con il corpo: la sua mente e il suo spirito corrono veloci, come un leopardo, animale a cui si paragona (“con la protesi ovviamente”, aggiunge ridendo). “Stare ferma non è una cosa che mi appartiene”, racconta quando la raggiungo al telefono.

L'8 marzo, giorno della Festa della Donna, parteciperà all'evento “HITalk - WoW! Woman is noW” presso la Casa del Cinema a Roma. Qui parlerà di disabilità e femminilità, e cercherà di spiegare anche a quelle che vivono in un corpo “normale”, che “femmena” - come dicono a Napoli - è qualcosa che si è a prescindere.

Cos'è per te lo sport?

In questo momento è una parte fondamentale della mia vita, che mi permette di esprimere le mie capacità, un'attitudine che ho nel quotidiano. Mi aiuta tantissimo a sentirmi appagata perché mi restituisce anche più di quello che do. Io ci metto energie e sforzo, ma quello che ho indietro è benessere e autostima.

“Io corro, ed è tutto quello che conta”, avevi detto il giorno prima della gara che ti è valsa l'oro nel 2015 a Doha, in Qatar, dove hai anche infranto il muro dei 15 secondi, stabilendo un nuovo record. Che sensazione ti dà, correre?

Quando corro mi sento libera e anche padrona del mio corpo, e forte.

Cosa ha significato per te quel record?

È stato bellissimo, perché il muro dei 15 secondi era un obiettivo che rincorrevo da un anno e mezzo. Non ce l'avevo ancora fatta, ma mi ero prefissa come meta i mondiali per arrivarci. Quando ho conquistato il record, sono stata contentissima.

L'incidente, che nel 2007 ti causò l’amputazione della gamba sinistra sopra il ginocchio, durante il discorso al TEDxBergamo l'hai definita “la variabile X”. Quanto vale la variabile X nella vita di una persona? E che valore le dai tu oggi?

Se si parla di una variabile come quella che ho vissuto io, ha un grande valore perché ti cambia la vita. E quindi devi essere pronto a ricostruire qualcos'altro su questo evento, avere il cosidetto piano b. Ma quando c'è una crisi, c'è anche un cambiamento e in questo io ci vedo sempre qualcosa di positivo, che ti arricchisce, che ti dà qualcosa che prima non avevi. Ogni giorno possono esserci delle variabili x, piccole magari. Capita anche a me di affrontare cose che non mi aspetto, come ora che non posso allenarmi a causa di un'infiammazione alla gamba dove porto la protesi, che mi costringe a portare le stampelle. Ma invece di buttarmi giù ad esempio ho iniziato ad allenarmi in un'altra disciplina, la tecnica circense dei tessuti aerei, dove la protesi non mi serve. Quello che ho imparato è che bisogna rimboccarsi le maniche.

Da dove prendi tutta questa saggezza?
La mia famiglia mi ha dato delle ottime basi di valori che mi stanno servendo in ogni cosa, che mi hanno dato una una stabilità da cui sono potuta sbocciare e poi questa energia, questa voglia di vivere è venuta dopo che ho capito che avrei potuto perdere tutto. Quando ho visto però che potevo vivere anche più del normale, ho iniziato a fare di tutto per riscattarmi.

A un certo punto del discorso che hai tenuto al TEDxBERGAMO dici: “la vita era lì ad aspettarmi, la posta in gioco era troppo alta, a 18 anni devi esplodere, non puoi rimanere seduto sul divano a piangere” e hai deciso di ricominciare a vivere. Ci racconti il momento in cui hai capito questo?

Non c'è stato un solo momento, ma è stata una comprensione graduale. La staticità di quel mese e mezzo in ospedale mi ha fatto accumulare la voglia di fare tutto. Lo stare fermi non mi piace, e questo mi ha fatto capire verso che direzione “correre”.

Nel tuo intevento dell'8 marzo durante la manifestazione “HITalk - WoW! Woman is noW” parlerai di disabilità e femminilità. Cosa significa per te questa parola?

Innanzitutto è una cosa che parte da dentro e poi si manifesta con il corpo, ma la femminilità è come se fosse un sentimento: se tu ti senti “femmena” come dicono i napoletani, lo sei a prescindere dal se sei magra o grassa, o senza una gamba, se sei più bassa o se hai un qualcosa non considerato canonicamente bello. Per me l'espressione della femminilità non viene da vestiti eleganti, ma da un modo di fare, una dolcezza di comportamento. Io non ho paura di mettermi la mia minigonna e vado in giro con la mia protesi o, ora che porto le stampelle, anche senza. Mi sento bella e così anche gli altri imparano a vedere la mia femminilità.

Dalla tua vita verrà tratto un film, il documentario “L’aria sul viso” di Simone Saponieri, per narrare l’anno che precede l’avventura di Martina alle Paralimpiadi di Rio (7-18 settembre 2016): che effetto ti fa?

Ho accettato la proposta perché non sarà un film che racconta tutta la mia vita. Sarà come se tutte le interviste fatte finora venissero unite in un lavoro più completo. Il documentario uscirà nel 2017, dopo le paraolimpiadi di Rio. Per ora ogni mesece cerchiamo di vederci per cercare di riprendere la mia vita, anche se non è facile entrare nella privacy di qualcuno con delle telecamere. Mi hanno anche dato una videocamera che devo usare per filmare i momenti in cui loro non ci sono. Ci sto provando, ma è difficile! Ho superato la fase del vedermi in video ritratta da altri, ma mon sono abituata a farmi video o selfie: trovo che sia molto autoreferenziale, non lo trovo molto sano. Spero che esca qualcosa che mi rappresenti il più possibile.

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